Il 10 marzo 2022 è mancato Martin Steinmann, architetto, storico e critico dell’architettura, figura cruciale per la cultura architettonica svizzera e ticinese, intellettuale lucido, rigoroso e generoso.

Martin Steinmann è stato presidente del Comitato scientifico dell’Archivio del Moderno. Lo vogliamo ricordare, con affetto e riconoscenza, pubblicando, nella versione italiana e tedesca, il ricordo pronunciato lo scorso 21 marzo, in occasione della commemorazione celebrata ad Aarau, da Bruno Reichlin, che ringraziamo per avercelo liberalmente concesso.


Cari familiari e amici di Martin, cara Bärbel,

negli ultimi tempi, ogni volta che visitavo Martin e Bärbel nella loro bella abitazione di Aarau, così Stimmungsvoll, mi sono chiesto che cosa ci fosse all’origine della profonda amicizia e del sentimento di solidarietà che provavo nei suoi confronti. Per questa ragione ho cercato di ripercorrere alcune stazioni e situazioni del nostro rapporto.

Nell’autunno 1961 ci eravamo iscritti in molti al primo semestre di architettura, al Politecnico federale. Il clima era elettrico perché ci avevano promesso una decimazione nel corso dell’anno. Per noi ticinesi il tedesco e, peggio ancora, lo Schwitzerdütsch rappresentavano una barriera anche psicologica; per di più dovevamo battagliare per accaparrarci un tavolo da disegno.

Per quale motivo Martin, tra i tanti, ha subito suscitato la mia curiosità? Mi pare che non capisse una parola di italiano e il mio tedesco era ancora peggiore di quanto non lo sia oggi. Di certo mi sarà capitato di sbirciare sul suo tavolo cercando conforto sugli enunciati sibillini degli esercizi. Martin era sempre pronto a porgere aiuto, ma avevo anche l’impressione che ideologicamente, per così dire, fossimo su sponde diverse e che avessimo altri modelli e altri idoli. Un poco invidiavo il fatto che egli formasse già una coppia con Sybille. Avevo anche notato che Martin non fumava sigarette qualsiasi, ma le Laurens verdi (senza filtro, evidentemente); e che non le estraeva da un pacchetto stropicciato, ma da una scatolina che, con singolare eleganza e naturalezza, apriva tirando un filo per dischiuderne le valve, dispiegando la carta argentata ed estraendo una sigaretta non rotonda, ma ovale, che batteva leggermente sul coperchio, tap tap, per non perdere una briciola di tabacco. Il cartoncino bianco che separava i due ranghi di sigarette si prestava perfettamente per dispensare numeri di telefono o appuntamenti.

Così abbiamo iniziato a parlare. Forse lo incuriosivano, a sua volta, i volumi di riviste di architettura italiana che ostentavo sul mio tavolo da disegno per irritare gli assistenti. Pareva scontato che, di ritorno dal Praktikum dopo il secondo anno, con Martin e Sybille si formasse un gruppo a tre. Il lavoro di semestre prevedeva un quartiere e noi progettammo una sorta di megastruttura a terrazze irta di torri bitorzolute, com’era di moda a quel tempo, una specie di Lhasa in cemento armato. Un orrore che mi ha definitivamente distolto dalla scena architettonica svizzera. Durante il semestre del diploma, Martin, Arthur Rüegg e io ci incontravamo per sbrogliare e interpretare gli oracoli pronunciati dai docenti durante le critiche intermedie.

Nell’autunno 1968 ero a Firenze con una borsa di studio e poi come assistente straordinario (cioè senza stipendio) del professor Giovanni Klaus Koenig, architetto e storico dell’architettura, specialista dell’architettura tedesca moderna e semiotico behaviorista.

Gli avevo detto di avere un amico specialista dei CIAM. Fu così che Martin scese a Firenze per tenere la conferenza Il secondo CIAM e il problema del Minimum. Organizzazione dell’alloggio e Taylorismo, che tradussi in simultanea (il saggio di Martin venne poi pubblicato, molto più tardi, nel numero doppio 2-3 del 1975 della rivista “Psicon”, una delle tante che spuntavano come funghi nel clima effervescente di quegli anni, insieme ad un mio testo intitolato Per un’iconografia della finestra nell’architettura di Le Corbusier).

In quella occasione Martin mi aveva informato che il gta Institut stava pensando di creare un nuovo posto. Che coincidenza! La chiamata di Aldo Rossi al Dipartimento di architettura del Politecnico di Zurigo nel 1972, tutt’altro che casuale, dette un colpo di acceleratore alla nostra complicità: Martin intervenne più volte nei corsi di Rossi, parlando del Neues Bauen, e di quello svizzero in particolare, dei CIAM, di Hans Schmidt, dell’abitazione moderna. Con Martin organizzammo diversi convegni, invitando tra gli altri Joseph Gantner, Alberto Sartoris, Giorgio Grassi, come pure viaggi di studio, a Stoccarda, Francoforte, Berlino e Olanda, che corredammo di una ricca documentazione. Al gta avevo iniziato le mie ricerche su le Corbusier e la “solution elegante”. Con Martin si tentò di scrivere a quattro mani su di un’opera di Le Corbusier, ma Adolf Max Vogt interruppe quel progetto adducendo solidi argomenti pratici, di carriera: Martin continui ad occuparsi dei CIAM, e a me il compito di dimostrare finalmente l’utilità della semiotica applicata a Le Corbusier.

Ci furono tuttavia assegnati alcuni corsi in cui potemmo esercitare il “saper vedere l’architettura”, applicando nuovi strumenti critici. Così abbiamo approfondito la ricezione della “Looshaus” sulla Michaelerplatz a Vienna a partire dal bellissimo saggio di Hermann Czech e Wolfgang Mistelbauer, incrociandolo con quello di Roland Barthes sulla “rhétorique de l’image”, nel quale veniva analizzata la pubblicità della pasta Panzani (una pasta francese che si voleva italiana).

Nella mostra “Tendenzen”, che già nel titolo svela ai più perspicaci un’intenzionale manipolazione, introdussi Martin nei meandri della scena ticinese, ch’egli seppe mostrare dal suo lato migliore. L’anno dopo, nel 1976, Stani (von Moos) ci offri l’opportunità, nel diciannovesimo numero di “Archithese”, di approfondire il “realismo” in architettura attraverso un concetto di 33 lettere: la “innerarchitektonische Wirklichkeit”. La “Archithese” di Stani portò sulla scena svizzera nuove voci interessanti e con Martin divenne culla, levatrice e portavoce della giovane architettura svizzera. In quegli anni, aggrottando la fronte pensosa, fumavamo il sigaro. Ricordo che una sera di San Silvestro, ad Aranno, Martin procurò due Partagas. Erano eccellenti, ma per poco non mi sentii male.

Anni dopo, quando eravamo entrambi professori, la rivista “matières” ci offrì l’opportunità di esporre, in una sorta di dialogo a distanza (come si usava nelle seriosissime riviste tedesche di storia dell’arte d’inizio secolo) i nostri punti di vista, leggermente divergenti, sulla relazione tra sapere, memoria e percezione. Martin attribuiva alla “forma forte” la capacità di suscitare una sensazione immediata d’ordine psicologico, una specie di “Ha-Ha Erlebnis” che sta al di qua dei segni e dunque non richiede (ancora) alcuna decodifica. Trovavo i suoi esempi interessanti, ma sostenevo che la percezione sensibile, benché ci appaia immediata, si fonda comunque su condizionamenti, esperienze e conoscenze pregresse, che meritano una disamina semiotica e che dunque, dal punto di vista estetico, “tutto è segno”. Eravamo consapevoli che potevano sembrare dispute fra teologi: in realtà era un gioco tra complici, così come altri si sfidano a Jass o a scopa.

Alcune settimane fa un’amica mi disse che Martin era uno dei rari interlocutori che ascoltava con curiosità e interesse gli argomenti che gli venivano opposti. Questa curiosità speculativa, questa attenzione a ipotesi e vie di ricerca inedite ha creato, fra di noi, una forma di interdipendenza intellettuale. Quando anni fa Martin mi informò che per un incidente informatico aveva perso numerose pagine scritte sulla Stimmung, uno dei suoi temi, aggiunse che non intendeva riscriverle perché ormai era in pensione. Gli risposi subito che quelle pagine mi erano necessarie. Lui mi ricordò che avevo manifestato un certo scetticismo nei confronti della portata critica di quel concetto, al che replicai che volevo proprio rivedere quel giudizio. Il suo ultimo scritto pubblicato nella rivista “matières” ha come oggetto e titolo: Stimmung.

Bruno Reichlin, 21 marzo 2022


Liebe Verwandte und Freunde von Martin, Liebe Bärbel,

in letzter Zeit, als ich bei meinen kurzen Aufenthalten in Aarau Martin und Bärbel in ihrer schönen stimmungsvollen Wohnung besuchte, habe ich mich oft gefragt, wo lag der Grund der tiefen Freundschaft und des Solidaritätsgefühls, die ich ihm entgegenbrachte. Deswegen habe ich mich einige Stationen und Situationen unseres Zusammentreffens vergegenwärtigt.

Herbst 1961: Wir waren viele, die sich im ersten Semester an der Architekturabteilung der ETH eingeschrieben hatten. Das Klima war elektrisch, weil man uns eine Dezimierung während des Jahres versprochen hatte. Für uns Tessiner bildeten die deutsche Sprache und noch schlimmer den Schwitzerdütsch eine psychologische Barriere. Dazu mussten wir noch für die Zeichnungstische kämpfen. Wieso hatte Martin, neben vielen anderen, gleich meine Neugier erweck? Ich glaube nicht, dass er ein Wort Italienisch verstand, und mein Deutsch war noch schlimmer, als es heutzutage ist. Sicher habe ich über seinen Tisch geschaut um über die sibyllinischen Übungsprogramme Auskunft zu suchen. Martin war hilfsbereit, aber ansonsten hatte ich den Eindruck, dass wir ideologisch (sagen wir mal) auf verschiedenen Positionen standen und andere Vorbilder und andere Idole hatten.

Ein bisschen beneidete ich ihn schon, dass er mit Sybille bereits ein Paar bildete. Noch etwas fiel mir auf: dass er nicht irgendwelche Zigaretten rauchte, sondern „Laurens vert“ (ohne Filter, selbstverständlich); und dass er sie nicht aus einem zerdrückten Päckli nahm, sondern aus einer kleinen Schachtel, die Martin mit einzigartiger Eleganz und Selbstverständlichkeit öffnete, indem er an einem Faden zupfte, das Silberpapier entfaltete und eine nicht runde, sondern ovale Zigarette herauszog, die er leicht auf den Deckel klopfte, tap tap, damit kein Tabak verloren ging. Die weiße Karte, die die beiden Zigarettenreihen trennte, eignete sich hervorragend für die Ausgabe von Telefonnummern oder Terminen.

Gleich kamen wir in Gespräch. vielleicht machten ihn neugierig die dicken Bänder von italienischen Architekturzeitschriften, die ich ostentativ auf meinen Zeichnungstisch ausgebreitet hatte, um die Assistenten zu ärgern.

Es war eine Evidenz, dass Martin, Sybille und ich, als wir vom Praktikum zurückkamen, eine Dreiergruppe bildeten. Die Semesterarbeit ging um ein Quartier und wir entwarfen eine Art terrassierte Megastruktur, mit obenauf verwürfelten Türmen, wie es damals die Mode war: eine Art Lahsa aus Eisenbeton. Ein Schreck, das mich definitiv von der schweizerischen Architekturszene abwendete. Während dem Diplomsemester trafen wir uns, Martin, Arthur Rüegg und ich, um die Zwischenkritiken deuten und auszudeutschen.

Herbst 1968 war ich in Florenz, mit einem Stipendium und danach „assistente straordinario“ (d.h. ohne Entlohnung) vom Professor Giovanni Klaus Koenig, Architekt und Architekturhistoriker, Spezialist der Deutschen Architektur des 20. Jahrhunderts und Semiotiker Behavioristischer Schule. Ich teilte ihm mit, dass ein Freund von mir ein CIAM Spezialist sei. So kam Martin nach Florenz und hielt einen Vortrag, dass ich simultan übersetzte: Il secondo CIAM e il problema del Minimum. Organizzazione dell’alloggio e Taylorismo (die Zeitschrift „Psicon“, eine der vielen, die damals in Italien wie Pilze aus dem Boden schossen, veröffentlichte Martins Essay in der Doppelausgabe 2/3 von 1975, parallel zu meinem Text Per un‘iconografia della finestra nell’architettura di Le Corbusier).

Bei jener Gelegenheit Martin teilte mir mit, dass der GTA an die Schaffung einer neuen Stelle dachte. Welche gute Fügung! Der Ruf von Aldo Rossi an die Architekturabteilung im Jahr 1972, der alles andere als ein Zufall war, brach uns viel näher: Martin hielt mehrere Vorträge in Rossis Entwurfskurse: über das Neue Bauen, die schweizerische Architekturszene in den 20-30er Jahre, Hans Schmidt, den Wohnungsbau. Zusammen organisierten wir Kolloquien mit u.a. Joseph Gantner, Alberto Sartoris, Giorgio Grassi, sowie Studienreise nach Stuttgart, Frankfurt, Berlin, Holland, die wir mit umfangreicher Dokumentation begleiteten.

Am GTA fingen meine Recherchen über Le Corbusier und die „Solution élégante“ an. Mit Martin versuchten wir vierhändig über ein Werk von Le Corbusier zu schreiben, aber Adolf Max Vogt unterbrach diesen Versuch mit Hinweis auf unseren zukünftigen Karrieren. Martin sollte mit dem CIAM weitermachen, und ich endlich mal das Nutzen der Semiotik am Fall Le Corbusier demonstrieren.

Allerdings wurden uns einige Kurse zugewiesen, in denen wir das „Saper vedere l’architettura“ mit neuen „kritischen Instrumente“ weiterüben konnten. So haben wir die Rezeption vom „Looshaus“ am Michaelerplatz (Wien) vertieft, einerseits ausgehend vom exzellenten Essay von Hermann Czech und Wolfgang Mistelbauer, andererseits von Roland Barthes „rhétorique de l’image“ (d.h. seine Analyse der „Panzani“ Werbung, eine französische Pasta die sich italienisch vorgab).

Bei der Ausstellung Tendenzen (die für die Schlausten bereits im Titel ein leichter Schwindel andeutete) führte ich Martin in die Mäander der Tessiner Szene ein, die er von seiner vorteilhafteren Seite zeigen wusste.

Im folgenden Jahr 1976 bot uns Stani im 19en Heft von „Archithese“ die Gelegenheit, die „Realismus“ Problematik zu schärfen, mit einem Begriff von 33 Buchstaben: die „innerarchitektonische Wirklichkeit“. Stanis „Archithese“ brachte viele interessante neue Stimmen in die Schweizer Szene. Mit Martin wurde sie zur Wiege, zur Hebamme und zum Sprachrohr der jungen Schweizer Architektur. In jenen Jahren, nachdenklich die Stirn runzelnd, rauchten wir Zigarren. Einmal am Silvesterabend, in Aranno, Martin hatte für uns beide zwei Partagas besorgt. Sie waren super, aber mir wurde fast schlecht.

Jahre später, als wir beide Professoren waren, bot uns die Zeitschrift "matières" die Gelegenheit, in einer Art schriftlichem Austausch (wie es in den seriösen deutschen Kunstgeschichtszeitschriften oder „Berichte“ der Jahrhundertwende üblich war) unsere (leicht) abweichenden Standpunkte zum Verhältnis Wissen-Gedächtnis-Wahrnehmung darzulegen. Martin schrieb der „Forme forte“ die Fähigkeit zu, eine unmittelbare Sinneswahrnehmung psychologischer Ordnung zu erwecken: eine Art „Ha-Ha Erlebnis“, das diesseits der Zeichen liegt und somit (noch) keine Dekodierung braucht.

Ich fand seine Beispiele interessant, wandte ich aber ein, dass eine Sinneswahrnehmung, auch wenn sie uns unmittelbar erscheint, dennoch auf Konditionierungen, Erfahrungen und Kenntnisse beruht, und somit in Zusammenhang mit unserer Erfahrung mit Zeichen, also mit unserer Zeichenkompetenz steht; und dass, vom ästhetischen Standpunkt gesehen, „alles Zeichen ist“. Wir wussten schon, dass es wie ein Disput zwischen Theologen aussah, aber es war ein Spiel unter Komplizen, wie andere miteinander Jass spielen.

Kürzlich eine Freundin sagte mir, dass Martin ein seltener Kontrahent war, der die Argumente der Gegenpart mit Neugier und Offenheit zuhörte. Diese Neugier nach Vermutungen, nach neueren Ansätzen schaffte eine gegenseitige intellektuelle Abhängigkeit. Als Martin mir vor Jahren mitteilte, dass er aufgrund einer Fehlmanipulation mehrere Seiten über die Stimmung, eines seiner Themen, verloren hatte, fügte er hinzu, dass er nicht vorhabe, sie neu zu schreiben, da er nun pensioniert sei. Ich sagte ihm gleich, mir wären sie nötig. Er erinnerte mich daran, dass ich eine gewisse Skepsis gegenüber der Tauglichkeit dieses Begriffes in der Architekturkritik geäußert hatte, woraufhin ich ihm antwortete, dass ich gerade jenes Urteil überprüfen wollte. Sein letztes Essay in der Zeitschrift „matières“ hatte als Gegenstand und Titel: Stimmung.

Bruno Reichlin, den 21en März 2022

 
 
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